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La storia di Ota

Ota è nata e cresciuta in un piccolo villaggio ai margini del parco di Gorongosa. Una grande strada attraversa il territorio, percorsa da pochissime macchine, ma popolata da persone in cammino... Ore ed ore sotto il sole per procurarsi l'essenziale: bambine che trasportano in testa pesanti giare d'acqua; donne con enormi fascine di legna in equilibrio sul capo; più raramente si vedono gli uomini.

La vita della donna in queste zone è segnata sin dalla nascita.
Ota non fa eccezione: è una bambina che cresce aiutando la madre nelle tante attività domestiche. Niente scuola per lei, solo lavori pesanti: dal lavaggio della biancheria alla preparazione del pane; dal macero della frutta al recupero di acqua e legna, che sigifica tre o quattro miglia a piedi ogni giorno.

Ota raggiunge cosė quell'età in cui può essere data come sposa da genitori che non sono in grado di fornirle una dote.
Inizia dunque una nuova vita come moglie, non molto diversa dalla precedente. Continua ad occuparsi della casa e di tutti i lavori più pesanti anche nella nuova e numerosa famiglia del marito che molto spesso non c'è. Lavora fuori dal villaggio per intere settimane e quando torna per Ota non cambia nulla, salvo l'ulteriore onere di diventare precocemente madre.

E' donna, quindi, deve procreare. Inizia la prima gravidanza e tutto procede secondo i ritmi naturali . Ma Ota è troppo giovane e al momento del parto qualcosa non va come dovrebbe. E' in preda a terribili dolori. Suo marito non c'è, sta lavorando in città, tornerà il giorno dopo.
Gli anziani di casa non sanno cosa fare. Il centro sanitario più vicino dista un giorno di cammino. Chi deve decidere, il marito, non c'è. Quindi, si aspetta e non si fa nulla!!!

Lei, Ota, non ha diritto né possibilità di scelta, non può che attendere.
Con il ritorno del marito finalmente viene portata al centro sanitario.
Il bambino muore, la vita di Ota è appesa ad un filo: durante il travaglio il feto troppo grande per il bacino della mamma e la forte pressione sui tessuti vaginali provocano una necrosi.
Da questo momento, Ota comincia a perdere urine senza alcuna possibilità di controllo. La sua esistenza, la sua vita sociale è compromessa.

Per lei inizia l'inferno, emarginata da tutti e rifiutata dal marito per l'odore nauseabondo che emana e per l'impossibilità di avere figli.
Le è negata una vita normale, viene ripudiata e il marito sposa un'altra donna. Non le restano che umiliazioni e miseria ai margini del villaggio insieme ad altre sfortunate come lei.

Ma Ota incontra qualcuno che l'aiuta e reagisce. Lascia il villaggio e raggiunge il nostro ospedale. Dopo l'intervento chirurgico ben riuscito rivive e riacquista la sua dignità di persona e di donna.

Il ritorno al villaggio è duro ma rappresenta la sfida che Ota vuole vincere. Si rende autonoma economicamente, ricostruisce la sua vita e si prende cura delle altre giovani che vivono la sua stessa esperienza.
Racconta loro del "miracolo" avvenuto, spingendole ad intraprendere la sua stessa strada. Non è semplice, mancano i soldi e la possibilità di spostarsi. La povertà nega loro molte opportunità.

Oggi, grazie al tam tam di Ota, sempre più donne dei villaggi circostanti sanno che si può tornare a vivere. Alcune riescono a raggiungere il centro sanitario in grado di aiutarle. Le donne curate e guarite costituiscono una vera rete di informazione e rappresentano una risorsa per tutto il Paese.

Appello di Claudia Sagona
Claudia Sagona lavora per COOPI in Mozambico; per la prima volta in tanti anni di esperienza ha sentito la necessità di lanciare questo appello:

E' la prima volta da quando ho cominciato a lavorare nel Sud del mondo, che sento la necessità di lanciare un appello in Italia a favore della gente che stiamo assistendo.

E' il primo progetto prettamente medico-chirurgico che seguo e non voglio descrivervi cosa ho visto fin'ora negli ospedali che sosteniamo con il nostro intervento. Ma la patologia delle fistole è ciò che più mi ha colpito e fatto riflettere: sarà perché sono donna anch'io!

Il problema da affrontare non è solo quello chirurgico per curare queste donne che dopo il parto soffrono di perdite involontarie di urine e feci. E' anche quello di sensibilizzare e formare le comunità sul problema e sulle sue conseguenze affinché, senza interferire con la tradizione bantu, le donne non debbano più essere vittime di umiliazioni.

Lidia e' la mia collega chirurgo che lavora in ospedale a Nhamatanda, insieme ad un tecnico chirurgico locale che già opera da un paio d'anni le fistole semplici.
Abbiamo bisogno di formare altro personale per far fronte al numero sempre crescente di pazienti che si presentano in ospedale, soprattutto affinché loro possano continuare autonomamente ad operare anche quando il nostro progetto terminerà .

Abbiamo bisogno di informare in modo capillare la gente dei villaggi, per dare una possibilità a tutte queste donne di tornare ad avere una vita dignitosa.