15-04-2026 | di COOPI
Sudan, tre anni dopo: le ONG chiedono un intervento più deciso di fronte alla più grande crisi di sfollati al mondo.
A tre anni dall’inizio della brutale guerra in Sudan, decine di migliaia di bambini, donne e uomini sono stati uccisi, ridotti alla fame o mutilati, in quella che oggi rappresenta la più grande e rapida crisi di sfollamento al mondo. Con la catastrofe umanitaria in Sudan e i suoi effetti nella regione che non mostrano segni di attenuazione, l’Inter-Agency Working Group, di cui COOPI Cooperazione Internazionale ETS fa parte, esprimono forte preoccupazione per l’insufficienza dei finanziamenti e dell’attenzione diplomatica dedicati a questo conflitto e alla conseguente crisi regionale.
Negli ultimi tre anni si sono registrati molteplici e gravi effetti a catena nei Paesi confinanti. Questi includono sfollamenti massicci, epidemie, crollo del commercio transfrontaliero, inflazione dei prezzi alimentari, minacce alla sicurezza e alla protezione, aumento delle tensioni intercomunitarie e diffusione del conflitto oltre i confini. Quanto sta accadendo in Sudan deve essere considerato e affrontato come una crisi regionale, e trattato di conseguenza.
Ad oggi, quasi 4,5 milioni di persone sono fuggite nei Paesi vicini dall’aprile 2023, e i numeri continuano ad aumentare mese dopo mese. Le persone in arrivo presentano costantemente livelli emergenziali di malnutrizione, oltre a ferite di guerra e segni di abusi subiti durante il viaggio. In diversi Paesi – Repubblica Centrafricana, Ciad e Sud Sudan – i rifugiati sono accolti nelle regioni più povere e insicure, spesso senza documenti e senza accesso a servizi o opportunità di sostentamento. I dati principali sono i seguenti:
- L’Egitto è il principale Paese ospitante della regione, avendo accolto oltre 1,5 milioni di cittadini sudanesi dall’inizio del conflitto.
- Il Ciad ospita oltre 917.000 rifugiati, oltre a quasi 390.000 cittadini ciadiani rientrati dal Sudan. Nell’ultimo anno il Paese ha ricevuto più rifugiati che nei due decenni precedenti messi insieme; negli ultimi cinque mesi, la maggior parte si è stabilita nella remota provincia di Ennedi Est, che presenta la più bassa presenza umanitaria e i minori finanziamenti nell’est del Paese.
- Il Sud Sudan ha accolto oltre 1,3 milioni di persone, di cui più di 865.000 rimpatriati e oltre 435.000 sudanesi. Si prevede un ulteriore arrivo di 320.000 persone entro la fine del 2026. I principali punti di accoglienza e centri di transito operano ben oltre la loro capacità, con una crescente pressione su acqua, sanità, istruzione e servizi di protezione.
- In Libia, l’UNHCR stima quasi 555.000 rifugiati, ma altre stime credibili arrivano fino a 750.000, a causa di numerosi casi non registrati nel distretto di Kufra.
- Nella Repubblica Centrafricana, l’UNHCR segnala circa 42.000 persone (oltre 35.000 sudanesi e quasi 7.000 rimpatriati); quasi 13.000 vivono in aree difficilmente accessibili nella prefettura di Vakaga, caratterizzate da un deterioramento della sicurezza dopo la riduzione della presenza della missione MINUSCA (Missione pluridimensionale integrata di stabilizzazione delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana).
- In Etiopia, l’UNHCR registra un afflusso di oltre 66.000 persone (più di 45.000 sudanesi e oltre 21.000 rimpatriati), ma le registrazioni sono ferme e la presenza dell’UNHCR e dei partner è fortemente limitata nelle aree di confine di Amhara, Benishangul-Gumuz e Tigray.
- In Uganda, l’UNHCR ha registrato ufficialmente oltre 90.000 rifugiati sudanesi. Tuttavia, la decisione di revocare lo status di rifugiato “prima facie” nel 2026 ha suscitato preoccupazioni per un aumento della vulnerabilità.
L’afflusso di rifugiati e rimpatriati ha sovraccaricato i centri di transito, i campi e gli insediamenti, aumentando le tensioni con le comunità ospitanti in tutta la regione. Alcuni centri di transito operano fino al 400% della loro capacità. Molti campi e siti non dispongono di servizi adeguati per rispondere alla portata dei bisogni, mentre le distribuzioni di cibo e denaro sono state drasticamente ridotte. Con l’aumento dei prezzi alimentari e la competizione per l’accesso a servizi sanitari ed educativi, terre e altre risorse, cresce anche la vulnerabilità delle comunità ospitanti, alimentando tensioni e il rischio di violenze.
Al di là delle statistiche, molte persone affrontano difficoltà drammatiche.
Durante la fuga e lungo il percorso, uomini, donne e bambini sudanesi continuano a subire numerose violazioni e rischi di protezione, tra cui traffico di esseri umani e abusi legati al contrabbando; rapimenti, richieste di riscatto ed estorsioni – soprattutto nelle rotte desertiche; violenza sessuale, con donne e ragazze esposte a stupri e coercizione; separazione familiare e sfruttamento minorile, con minori non accompagnati particolarmente a rischio; morte e violenze fisiche dovute all’esposizione alla violenza e alla disidratazione.
I rapporti degli ultimi tre anni evidenziano che la limitatezza dei finanziamenti per i servizi di protezione nelle aree di accoglienza espone le popolazioni sfollate a gravi rischi continui, tra cui lavoro minorile e matrimoni precoci, violenza di genere, violenza intercomunitaria, tratta di donne e ragazze, reclutamento di bambini soldato ed esposizione alla violenza di gruppi armati nelle zone di confine insicure.
Livelli già elevati e in aumento di insicurezza alimentare e nutrizionale nei Paesi confinanti sono ulteriormente aggravati dai tagli ai finanziamenti dei donatori, con conseguenti riduzioni drastiche nella quantità e nella frequenza delle distribuzioni alimentari in Ciad, Sud Sudan e Uganda. Senza ulteriori fondi, le scorte alimentari e i programmi di assistenza monetaria in Ciad, Etiopia, Sud Sudan e Uganda rischiano gravi carenze a partire da giugno.
La crisi ha inoltre contribuito alla trasmissione transfrontaliera di malattie, in particolare a un aumento dei casi di colera lungo le principali rotte di sfollamento verso Ciad e Sud Sudan. Inoltre, la grave interruzione dei servizi sanitari e dei programmi di immunizzazione di routine ha portato a un aumento della diffusione di malattie prevenibili con vaccino, come morbillo e difterite. Nel frattempo, i tagli ai programmi di acqua, igiene e servizi igienico-sanitari hanno favorito la diffusione di altre malattie prevenibili, tra cui epatite, malaria e dengue.
Nella maggior parte dei Paesi confinanti (Repubblica Centrafricana, Ciad, Etiopia, Libia, Sud Sudan), così come nello stesso Sudan, l’accesso umanitario è ostacolato da restrizioni agli spostamenti verso le aree di confine più remote, dalla scarsa infrastruttura stradale e dalla riduzione delle capacità di trasporto aereo, ulteriormente aggravate dall’imminente stagione delle piogge.
Preoccupa inoltre l’aumento di incidenti e rischi di estensione del conflitto nei Paesi vicini, con un significativo pericolo di destabilizzazione regionale. Tra questi episodi si segnalano incursioni delle parti in conflitto, creazione di campi di addestramento militare e movimenti di personale e materiali militari attraverso i Paesi confinanti.
I paesi confinanti stanno già affrontando crisi umanitarie preesistenti e sottofinanziate, crisi che sono ulteriormente aggravate dal conflitto in Sudan. È urgentemente necessaria una risposta finanziaria più ampia, proporzionata ai bisogni umanitari in questi diversi paesi.
Alla luce di quanto sopra, e mentre Ministri, Donatori e Agenzie umanitarie si riuniscono a Berlino il 15 aprile, in occasione del terzo anniversario della guerra, invitiamo i Donatori a:
- Sviluppare un approccio e una risposta regionale coerente alle diverse crisi sottofinanziate nella regione, garantendo finanziamenti proporzionati ai bisogni umanitari — in particolare nelle aree periferiche marginalizzate al confine con il Sudan.
- Finanziare pienamente la crisi regionale degli sfollati. Il Piano Regionale di Risposta ai Rifugiati Sudanesi era finanziato solo al 25% alla fine del 2025, e nel 2026 sono necessari ulteriori finanziamenti flessibili. I paesi confinanti e le comunità ospitanti locali, che hanno aperto i loro confini a chi fugge dal Sudan, devono essere sostenuti finanziariamente nell’accoglienza delle popolazioni sfollate.
- Aumentare la quota dei finanziamenti complessivi destinati direttamente, su base bilaterale, alle ONG internazionali e agli attori locali, che dispongono di una maggiore presenza operativa e di solide partnership nelle aree difficili da raggiungere. In alternativa, dare priorità a fondi comuni guidati da ONG e a consorzi di ONG, nonché a sistemi di approvvigionamento gestiti da ONG per forniture umanitarie essenziali; fornire tali finanziamenti su base pluriennale e flessibile. Promuovere e finanziare programmi flessibili, basati su aree e transfrontalieri su base pluriennale, affrontando gli enormi e insoddisfatti bisogni umanitari nelle aree limitrofe dei paesi confinanti, consentendo una risposta più proporzionata, equa e coerente.
- Intraprendere una diplomazia umanitaria collettiva per esortare i governi a mantenere aperti i confini per coloro che fuggono dalla violenza in Sudan e, nei confronti delle parti in conflitto, garantire spazio umanitario e un accesso sicuro e senza ostacoli per gli operatori umanitari, inclusi i movimenti transfrontalieri di personale e forniture.
- Avviare un impegno diplomatico collettivo ad alto livello con gli attori che alimentano il conflitto in Sudan affinché cessino immediatamente tali attività.
L’Inter-Agency Working Group è un consorzio di ONG con presenza e programmi regionali in Africa orientale e centrale, che lavora per rafforzare i risultati umanitari e di sviluppo sostenibile nella regione attraverso un migliore coordinamento, attività di advocacy, competenze tecniche e un ruolo attivo di stimolo nei confronti della più ampia comunità degli aiuti.